In vista dell’Innovation Boot Camp @Bayer organizzato da Ameri Communications dedicato alle startup, “Comunicare l’innovazione vendere la tua idea”, abbiamo intervistato il nostro ospite David Casalini chiedendogli qualche anticipazione.
David Casalini è Cofondatore e Amministratore Delegato di RnDlab, la società da cui sono nati CheFuturo!, StartupItalia! e decine di altri progetti che uniscono contenuti, social network e tecnologia ad un approccio agile e creativo.

Quali sono gli elementi che risultano più decisivi nel trasformare una buona idea in un progetto di successo?

Non c’è una ricetta unica ma piuttosto un gruppo di persone iniziali, l’idea è l’ultima cosa. Prima vengono le persone: il fondatore e il gruppo di lavoro. Al secondo posto le finanze. E’ indispensabile, per emergere, avere la visione di una grande idea, pensare in grande. Assieme alla tecnologia ciò che conta sono le persone, le finanze e le idee.

Se crearsi il proprio lavoro è ancora possibile, dove ha sbagliato chi ha fallito?
Io penso che non ci sia nulla di sbagliato nel fallire. Il 99% delle startup falliscono. In Italia manca la cultura del fallimento, al contrario che negli Stati Uniti qui non abbiamo una cultura del rischio e dell’impresa.
Il Venture è disposto a rischiare tanto perchè conosce il potenziale business che un nuovo prodotto può creare. Oggi un curriculum vitae attira di più se una persona ha fatto una startup perchè può capire meglio il funzionamento interno di un’azienda, oltre al fatto di rappresentare l’audacia di un gruppo di persone che fanno nascere dal niente un progetto. Molte startup che sono fallite ad esempio sono confluite nel progetto di successo Satispay, la startup dei pagamenti da mobile che ha raggiunto un livello record di investimenti per una giovane azienda innovativa italiana.

Qualche tempo fa hai scritto “se le startup andassero di moda, ce ne sarebbero 40.000 come in Germania e non solo 5.000”. E’ ancora così? Cosa manca all’Italia?
Secondo i dati del The european House – Ambrosetti l’Italia negli ultimi sei mesi è seconda in Europa per quantità di incentivi per aprire nuove imprese e finanziamenti. Come fanno a essere così poche allora? Il problema è soprattutto culturale, manca la cultura del “fare impresa”, oltre a un problema di istruzione scolastica: in pochissimi studiano informatica. In Italia abbiamo tanti avvocati e pochi ingegneri informatici, al contrario che in India dove il settore dell’ICT è altamente sviluppato. In Italia c’è un mercato povero, parlo di 160 milioni di investimento quando in Francia si raggiungono i 3 miliardi, non c’è paragone, eppure sono i nostri vicini di casa. Gli scarsi investimenti, l’instabilità governativa e il mercato stagnante non aiutano, per questo non si può pensare di fare una startup in Italia per l’Italia. Però pensiamo agli anni ’50, nel secondo dopo guerra nascevano aziende che sono consolidate ancora oggi.
Pensarla in grande, avere competenze e voglia di mettersi in gioco, valorizziamo ciò che ci contraddistingue: la manifattura, il settore del food e il made in Italy e su questo creiamo idee grandi e innovative.

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